Sarà un percorso a metà tra la recitazione e la scrittura di sé e per sé. Da tempo lavoro con professionisti e giovani attori sulla scrittura come un completamento importante per acquisire una maggiore consapevolezza di sé in quanto attori, i propri limiti, i punti di forza. La scrittura – si sa-  mette a nudo. Ma concentrarsi sulla scrittura mette l’accento anche su  altri aspetti fondamentali dell’esperienza attoriale: il sapere leggere un copione, soprattutto quello che non ci è scritto, quello che è nascosto e va scoperto e interpretato, il saper individuare il tema di una scena, il viaggio di un personaggio, abituarsi a ragionare in termini narrativi. Questo ci darà la spinta per affrontare qualcosa di aereo e qualcosa al contrario di molto concreto: l’immaginazione, qualità indispensabile per un attore, un muscolo invisibile che bisogna imparare a far allenare. E poi quello che io chiamo le “intenzioni del corpo”, perché ogni volontà di ogni personaggio dovrà scorrere in un corpo, dovrà confrontarsi, lottare con un corpo. Gli attori italiani conoscono e usano poco i loro corpi, per molte generazioni fare l’attore era un’attività che arrivava fino alla gola compresa, il resto veniva a traino. Invece, dato che la filosofia e la scienza nel frattempo hanno capito che Cartesio sbagliava a distinguere testa e corpo, ogni attore deve essere una entità unica: inutile chiedersi dove si mettono le mani, è solo il personaggio che interpreti che può dirtelo. Un personaggio che non è solo voce, battute, pensiero, ma anche un corpo, che alla fine dei conti si regge su due polpacci.